Intervista ai Panta, paladini del rock!

Intervista ai Panta, paladini del rock!

24 Febbraio 2021 0 Di Federico Clemente

C’è ancora un brindisi da fare, il nuovo singolo dei Panta, è una semplice ma significativa dichiarazione d’intenti, un colpo di stato emotivo allo stato attuale delle cose, una rivoluzione sentimentale e analogica portata avanti per riappropriarci della nostra umanità. Noi ci siamo fatti raccontare di più attraverso le parole di Giulio Pantalei, frontman e voce della band.

 

Ciao Giulio! Parliamo con te ma usiamo il plurale in quanto la tua è la voce dei Panta. C’è una parola che possa rappresentarvi e descrivervi in questo periodo?

Ciao! Diciamo che la risposta alla domanda esprime anche un po’ come stiamo in questo momento. La parola potrebbe essere attitudine, nel senso di sentire una sorta di disposizione innata per certe attività che ti aiutano ad affrontare meglio una determinata situazione. Sembrerà banale ma noi sentiamo di avere questa disposizione innata per il Rock ’n’ Roll. La viviamo in maniera molto pura e forte e questo ci aiuta in qualche modo ad attraversare questi tempi così difficili senza perderci d’animo, anzi con una grande voglia di far succedere cose.

 

Avete fatto uscire un singolo concettualmente molto potente, come a dire “sveglia che ci sono ancora un sacco di cose da fare oltre il torpore degli algoritmi e l’impellenza dei numeri”. Com’è nata questa esigenza?

Ti ringrazio perché hai riassunto perfettamente il cuore della canzone. È esattamente così e, da autore del testo, mi riguarda in particolar modo. Mi interessava il brindisi sia come azione che come simbolo, perché sembra una cosa così scontata ma richiede che ci siano delle persone in carne e ossa a farlo e, soprattutto, un’occasione da celebrare. Per questo il ritornello è cantato a pieni polmoni: “che bello guardarti nell’anima / non siamo soltanto dei numeri”. Un po’ come un invito, a maggior ragione in questi mesi che ci legano sempre più a degli schermi, a ritrovare lo stupore nella realtà di uno sguardo o di un gesto. O quantomeno, se ora non possiamo farlo, ad immaginarcelo nella maniera più intensa, quasi fosse un investimento pieno di vita e speranza sul futuro.

 

Qual è la vostra ricetta per andare oltre, per superare questa logica piuttosto “matematica” della vita e ristabilire un contatto più autentico?

Personalmente cerco di rapportarmi a tutte le persone che incontro o con cui ho a che fare attraverso gli “strumenti umani“, per citare il grande poeta Vittorio Sereni, che cerco di coltivare quotidianamente anche grazie alla meditazione trascendentale che ormai pratico ogni giorno da 5 anni. Le persone sono sempre degli insiemi più complessi, articolati e a volte più fragili di quanto l’apparenza possa mostrare. Cerco di non dimenticarlo mai, anche se ogni tanto prendo delle fregature. Mentre sui social o nella velocissima comunicazione di oggi è come se ci imponessero di mostrare solo il lato più esteriore e patinato che abbiamo, quello che sembra far fare i big likes o le big reach. Come band, l’aver scelto di suonare questo tipo di musica – estremamente autentico e senza filtri – è anche un modo per stabilire proprio questo contatto diretto con chi ci ascolta, che raramente infatti si relaziona a noi solo con reazioni pronte o frasi fatte ma interagisce su un livello più profondo, raccontandoci chi è e quello che ha percepito sentendo un nostro brano.

 

Come ci si sente e cosa significa essere rock, punk-rock (nei suoni e nell’attitudine) nel 2021?

A caldo, ti direi che nonostante tutto ci si sente molto bene! È chiaro che forse è il momento storico più difficile per portare avanti un progetto così, visto che le generazioni dei nostri coetanei o ancora più giovani spesso non hanno il Rock come riferimento nella propria formazione. Però, per certi versi, è anche per noi una palestra costante per capire quanto effettivamente noi stessi crediamo nei Panta, nel concetto di band. Quindi ti direi che essere rock oggi significa innanzitutto essere dei sognatori, rimanere fedeli a se stessi e soprattutto non essere dei cazzo di posers che inseguono i numeroni su internet o nei talent. Che lo si creda o no, a noi davvero non frega assolutamente nulla di queste cose, a noi piace suonare e andare a prenderci ogni persona che vuole condividere qualcosa con noi “on the road”, sul campo. Poi ci ricordiamo anche che nella band siamo nati in diverse decadi musicali (il nostro batterista Roberto è addirittura del 2001!) e il Rock, l’Indie, il Post-Punk attraversano tutti noi nella stessa maniera, come una fiamma sempre accesa. Quindi non arretriamo di un millimetro e alla fine ci rivolgiamo a tutte le generazioni senza preconcetti.

 

Di ogni anno si sente dire che è quello giusto per il ritorno delle chitarre ma poi restano sempre meno di quelle che vorremmo. Possiamo continuare a sperare?

Dobbiamo, assolutamente. Nel dubbio, noi ne mettiamo talmente tante che cerchiamo di compensare il pressoché vuoto attorno a noi!! Comunque, ti dico solo una cosa: il nostro brano finora più ascoltato su qualunque piattaforma si chiama Così è abbastanza Indie? e dentro ha qualcosa come 9 tracce di chitarra spesso armonizzate (alcune anche in dissonanza). Quando l’abbiamo fatto uscire ci sembrava una follia e invece è diventato il nostro brano-manifesto e tutt’ora lo rimane.

 

Ci racconti la tua personale esperienza all’Abbey Road Studios? Cosa si prova lì dentro?

Ho ancora i brividi quando ne parlo! Da musicista sono stati semplicemente i giorni più immensi della mia vita, senza ombra di dubbio. A proposito dell’essere sognatori di cui ti parlavo prima e di credere nel Rock’n’Roll, mai avrei pensato un giorno – neanche da ubriaco, giuro – di poter arrivare a registrare dei miei brani nel posto in cui sono nati i dischi più importanti della mia vita: Beatles, Pink Floyd, Oasis, U2, David Bowie, Radiohead, Queen e chi più ne ha più ne metta. È come fosse un meraviglioso museo all’inglese, tipo la Tate, ma con la consapevolezza che non si osservano solo le opere del passato ma si continuano a realizzarne ancora di nuove.

Lo scrivo ufficialmente qui per la prima volta: mentre suonavo lì ho provato una sensazione veramente totale, come se tutto quello che avessi fatto nella vita trovasse una specie di compimento arrivando a suonare in quel luogo.

 

Quindi ci si vede il 27 febbraio?

Eh, questo è un grande quesito. Io me lo auguro vivamente ma qui si naviga a vista. Se c’è ancora un brindisi da fare, di sicuro il primo dal vivo proveremo a farlo il 27! Grazie per le belle domande, a presto!