Le stagioni di Minaper

Le stagioni di Minaper

28 Gennaio 2021 0 Di Federico Clemente

“Agosto” è l’ultimo singolo della cantautrice capitolina Minaper. Una ballad dai toni e colori invernali, nata per caso nell’arco di un pomeriggio d’agosto. Uno dei tanti, ma non uno qualsiasi. Ce lo siamo fatti raccontare direttamente da Martina.

Lo so, è strano iniziare un’intervista così ma…come stai?

È un modo bello. Forse vi siete preoccupati ascoltando “Agosto”?! Sto bene, sono abbastanza in pace anche con le cose storte e provo un certo sollievo.

 

Il tuo nuovo singolo evoca l’estate ma esce a gennaio, ha colori invernali ma l’hai scritto un pomeriggio d’agosto. Aiutaci a collocarlo?

Collochiamolo nelle stagioni della vita che non sempre sono coerenti con quelle del nostro emisfero. Quando l’ho scritta si, era estate, c’era un temporale e in quel momento forse in vacanza c’era andato solo il mio equilibrio. Per alcuni versi mi sentivo congelata, probabilmente nel tentativo di spegnere fiamme che invece bruciavano da mesi. Mi rendo conto ora che questo contrasto è insito nella canzone dal principio. Poi in realtà, fosse stato per me, l’avrei fatta uscire il giorno stesso. Invece le circostanze mi hanno portata a gennaio, riconfermando in qualche modo l’incoerente coerenza di tutta la questione.

 

È un pezzo molto personale in cui affronti alcune tue paure e ti metti a nudo, più di quanto avevi fatto finora. Da dove è nato questo tuo bisogno?

L’ho sempre fatto ma mi impegnavo a nasconderlo per non risultare troppo pesante. In quel momento non avevo le forze per fare una cornicetta carina. Mi serviva essere sincera con me stessa per fare chiarezza. Una volta finita la canzone non me ne sono vergognata e pubblicarla era un buon modo per aggiungere un tassello importante al puzzle iniziato col precedente EP. Poi una volta che la canzone è fuori, diventa reale, la vedi fuori da te e completi il processo di elaborazione.

 

Del brano si legge che “è nato dall’esigenza di esistere e meno dall’esigenza d’essere reso pubblico”. Non credi che staremmo molto meglio estendendo questo concetto a molte delle cose della nostra vita?

Assolutamente si ma, banalmente, ci vuole coraggio. Anzi, ci vuole “allenamento”, come dico nel pezzo. Le cose che nascono per essere pubbliche traggono al tempo stesso forza e debolezza dal giudizio esterno al quale si può delegare, quindi qualsiasi responsabilità. È un buon anestetico. Mentre la verità è magica ma fa paura, anche giustamente direi, perché se adottata improvvisamente e radicalmente potrebbe sovvertire l’ordine di una vita intera. Oppure solo svoltarti le cose in modo inaspettato e farti finalmente sentire bene. Sono due modalità che si incastrano, una aiuta a definire l’altra, ma forse non dovrebbero mai mischiarsi.

 

A più di un anno dal tuo ultimo lavoro sei tornata con un singolo. E ora?

E ora bella domanda. Ora vorrei continuare su questa strada dell’esigenza di esistere, voglio scrivere senza l’inibizione della pubblicazione, registrare le mie cose a casa, poi magari alcune finiranno in un EP di demo casalinghi e altre in studio, magari in un momento in cui si potrà riprendere a suonare live.

 

Cosa sta passando di più nelle tue cuffiette attualmente?

Da quando esistono le piattaforme streaming, incredibilmente, fatico di più a trovare musica. Sto ascoltando cose sparse e per lo più del passato. Più di tutti, in questi giorni, sto ascoltando molto Sufjan Stevens.

 

Esprimi un desiderio.

Vorrei non smettere mai di riconoscere cosa desidero.