Intervista – Quanto

Intervista – Quanto

17 Dicembre 2020 0 Di ilfaroindie

Il 25 novembre è uscito su tutte le piattaforme digitali Ultrà, primo EP di Quanto, artista piemontese che nel 2020 ha avuto modo di farsi largo nel mondo della musica indipendente con altri due singoli: Giovanna Dark e Oropa Bagni. Abbiamo chiacchierato un po’ con lui per conoscerlo meglio, ecco a voi!

 

Chi è Quanto e come mai questo nome?

Quanto è cantautore per vocazione e cantante per necessità.

Quando ho deciso che era venuto il momento di partire per un’avventura musicale in solitaria, il mio nome e il mio cognome non mi suonavano bene. C’era qualcosa che esteticamente non mi quadrava. Ho quindi cominciato a cercarmi un nome d’arte, dandomi delle regole: doveva contenere la lettera Q; doveva essere una parola sola e avere più significati. Il nome Quanto mi è apparso durante la lettura di un saggio di Stephen Hawking e mi ha subito convinto e l’ho sentito mio.

 

Quando e come è iniziata la tua avventura musicale?

Suono e scrivo canzoni da quando avevo 15 anni. Ho avuto tante band ed esperienze musicali differenti per genere e approccio. Nel 2017 si è concluso il percorso dei Dagomago, il mio gruppo che è riuscito ad avere maggiori attenzioni e con il quale ho fatto tante belle cose e tanti chilometri. Stavo pensando di smettere di investire tanta energia nella musica e poi sono usciti un po’ di brani che mi piacevano a cui volevo dare una possibilità. E così è cominciata la storia di Quanto.

 

Quali sono i tuoi punti di riferimento nel mondo artistico?

La musica mi piace così tanto che vorrei suonarla tutta. Faccio sempre molta fatica a non lasciarmi tentare da eccessi di eclettismo. Ma sicuramente il mio mondo sonoro è quello dell’indie pop anglosassone. E poi non c’è solo la musica: ci sono i libri (tanti) e i film e quello che succede nel posto in cui vivo. Con i miei testi cerco sempre di raccontare anche un po’ di me, della mia vita e della mia storia.

 

Come definiresti il tuo stile in tre parole?

Rock and roll

 

Il 25 novembre è uscito il tuo primo EP, Ultrà: ci spieghi il fil rouge che lega i tre brani – Ultrà, TDK e Mega – e la storia che si viene a creare?

Sono tre canzoni che raccontano storie diverse, ma che in comune hanno la presenza dello stadio. Lo stadio come luogo di incontri, emozioni intense, grida liberatorie, gioie, dolori, amori iniziati e finiti, di partite e concerti, un luogo in cui la folla diventa un’unica grande voce.

Un luogo che per me è importante e mi porta alla mente ricordi piacevoli. Quand’ero bambino ero costretto ad andare in chiesa. Durante la messa, i canti liturgici mi facevano provare un’emozione particolarmente intensa. I canti degli ultrà alla partita sortivano su di me lo stesso effetto, ma amplificato. Ecco, forse lo stadio per me è stato una seconda chiesa.

 

Cosa ti aspetti dal futuro?

Voglio continuare a uscire allo scoperto, pubblicando canzoni nuove. La prossima uscita è il 23 dicembre, una specie di singolo natalizio.

Poi sarebbe bello poter ricominciare a suonare live. Ma stiamo a vedere che succede. Quello di cui sono sicuro è che continuerò a scrivere e a produrre le mie canzoni e che appena sarà possibile andrò a suonarle in giro con la mia band.

 

Musicalmente parlando, ci riveli un tuo guilty pleasure?

Mmm… Ce ne sono un po’. Cerco di non rovinarmi troppo la reputazione: mi gasa la Retrowave.