GLI OCCHI DI CHI HA FATTO IL VIETNAM – intervista

GLI OCCHI DI CHI HA FATTO IL VIETNAM – intervista

26 Marzo 2020 0 Di ilfaroindie

‘Vedremo’ è uno dei dischi che più ci ha colpito in questa prima parte del 2020

Luca Fois, già cantante dei Quercia, è da poco uscito a sorpresa con ‘Vedremo’, album del suo progetto solista ‘GLI OCCHI DI CHI HA FATTO IL VIETNAM‘. Disco che lui stesso ha definito come il più intimo della sua carriera musicale, ci ha sbalordito sin dal primo ascolto come vi abbiamo già accennato qui.

Un disco in cui si spazia fra molti generi e che noi stessi abbiamo fatto molta fatica a classificare, arrivando a collocarlo come un lavoro post-trip-hop solo dopo averne parlato con lui. Questo album è stato in grado di attirare la nostra attenzione verso un filone musicale su cui onestamente avevamo poche conoscenze e molte lacune.

Per provare a colmarne qualcuna e per diffondere nel nostro piccolo un lavoro che a nostro avviso merita moltissimo, abbiamo fatto una chiacchierata con Luca. Ecco cosa ci ha raccontato!

 

Ciao Luca, grazie per averci concesso questa chiacchierata! ‘Gli occhi di chi ha fatto il Vietnam’ è uno dei nomi d’arte con il significato più interessante che abbiamo incontrato. Ti va di raccontarlo per chi non lo conoscesse?

Ciao boss, grazie a voi. Proverò a essere breve, ma non ci riuscirò. In primis, ho sentito la necessità di cambiare nome d’arte dopo che ho avuto lo stesso (brutto) per dodici anni, anni in cui ho fatto essenzialmente musica rap, da cui ho avuto necessità di divorziare totalmente dopo aver pubblicato ICON, il mio ultimo disco rap – interamente prodotto da Matt Shock – realizzato nel 2016 ma pubblicato solo nel 2018. Volevo un nome d’arte lungo, come omaggio alla tradizione Post-Rock dei nomi d’arte costituiti da interi enunciati (vedi band come Explosions in the Sky, God is an Astronaut, This Will Destroy You).

Premessa: si definisce il disturbo da stress post-traumatico come “l’insieme delle forti sofferenze psicologiche che conseguono ad un evento traumatico, catastrofico o violento”. Detto ciò, “Gli occhi di chi ha fatto il Vietnam” nasce come similitudine tra lo sguardo perso nel buio dei flashback di guerra dei reduci del Vietnam e gli occhi persi nel vuoto di chiunque abbia passato o stia passando un proprio Vietnam interiore, avendolo vissuto o vivendolo come una guerra tremendamente evitabile e inaspettatamente logorante.

 

Ti abbiamo già conosciuto come cantante dei Quercia e visto live parecchie volte, di cui ultima proprio da noi a Brilla anche se in formazione ridotta! Cosa cambia in Luca tra i due progetti musicali? Da cosa nasce la voglia di creare un percorso parallelo da solista?

Come approccio personale non cambia niente, sono molto fedele alla mia scrittura, come si è fedeli a chi ci ha salvato la vita una miriade di volte. Per quanto riguarda la cifra stilistica, cambia che si tratta di due estetiche totalmente differenti, per quanto parecchio accomunate da una venatura di base tipicamente emotional. In realtà, molti pezzi del disco esistono da prima che i Quercia esistessero, sono sempre stato attratto dalla musica lenta e malinconica, ho sempre ascoltato vagonate di Trip-Hop e Post-Rock, che se vai a vedere sembrerebbero essere due tipologie di musica diametralmente opposte, ma che hanno in comune il fatto di essere generi pressoché totalmente strumentali, nonché di avere una spiccata attitudine emo-malinconica.

 

Abbiamo letto dal tuo post che il disco è stato registrato tra Scozia, Milano e Iglesias ed è rimasto nel tuo hard disk per quasi due anni, una gestazione lunghissima! Cosa ti ha dato il coraggio e lo stimolo di pubblicarlo proprio ora?

In realtà ho scoperto pochi giorni fa grazie alla mia cara amica Carolina (ciao Coach!) di aver avuto la demo del disco parcheggiata per più di tre anni, contando che alcuni pezzi del disco arrivano ad avere anche cinque anni di vita come Poltergeist e Sola andata, o anche sette come nel caso di Foglie d’autunno. Con ogni probabilità devo questo sprint al mio caro amico e collega Andrea Fenu (che ha curato il concept grafico del disco, nonché il concept grafico di DTLCCAPEP dei Quercia), che poche settimane fa mi ha chiesto di fargli riascoltare i master provvisori dell’album per poi dirmi “Guarda che suona bene, perché non lo fai uscire? Facciamo che iniziamo a studiare la cover art e quando è pronta lo butti fuori”. Lo sprint definitivo poi mi è stato dato dal fatto che il 18 marzo fosse (e sia) una data per me molto importante e imprescindibilmente connessa a quello che è il cuore pulsante dell’album: mi sono accorto che avevo la possibilità di farlo uscire proprio il 18 marzo, così nel giro di due giorni ho messo tutto l’occorrente insieme e l’ho caricato sulle piattaforme senza pensarci su due volte, senza alcuna strategia di marketing, anche perché penso che l’hype sia una fesseria.

 

Un disco da 14 tracce tutte diverse una dall’altra e allo stesso tempo intrecciate fra di loro dalla stessa matrice. Sei riuscito a muoverti fra diversi generi mantenendo la tua identità per tutto l’album, davvero notevole! Come nasce un disco del genere?

Questa risposta sarà incredibilmente breve: un disco del genere nasce facendo la musica che spontaneamente si desidera fare senza farsi limitare da ragionamenti superflui su cosa sia più o meno fuori contesto, o su cosa possa più o meno scalare le chart di Spotify.

 

Quanto hanno inciso i tuoi studi personali e la tua tesi di laurea nella realizzazione di “Vedremo”?

Neanche un po’, direi più che altro che lo stesso spirito che mi ha portato a comporre Vedremo ha poi determinato la decisione di condurre uno studio accademico sull’hip hop lofi.

 

In Italia, sia come artista che come etichetta, si può dire tu sia uno dei pionieri di questo genere. Come parleresti in poche parole di questa musica a qualcuno che non la conosce? Sapresti consigliarci qualche altro progetto italiano degno di nota in linea con questo filone musicale?

Non saprei bene come rispondere, perché non capisco se ci si stia riferendo all’album Vedremo o ai dischi di natura hip hop lofi che ho composto, in quanto non sono decisamente la stessa cosa. Parlando di hip hop lofi non credo per niente di essere un pioniere in Italia come producer, probabilmente la percezione di ciò può essere data dal fatto che, mentre i produttori hh lofi generalmente raccolgono i loro pezzi strumentali in delle compilation definite “beat tape”, la cui bellezza è data proprio dal loro sapore grezzo e dalla loro attitudine di tipo “buona la prima”, io invece ho impostato i miei dischi più come veri e propri album (o EP) concettuali, dando forse una maggiore parvenza di ufficialità, o probabilmente anche in seguito al fatto di aver fondato con Alessioego (one love bro) – che ha anche curato il master di “Vedremo” – una label super indipendente chiamata “buio presto”, con il dichiarato intento di produrre e pubblicare musica lofi italiana.

O magari è anche solo il fatto che io sia stato la prima persona ad aver condotto uno studio accademico sul genere, ma ti posso assicurare che esiste una miriade di produttori che prima di me hanno calcato questo sentiero. Da quanto mi risulta, i pionieri di questo genere in Italia sono da ricercare nel collettivo Diaphonia, che già nel 2017 pubblicarono “Solaris”, che è con ogni probabilità la prima compilation dichiaratamente hip hop lofi made in Italy, senza contare poi una vasta e florida comunità underground di produttori nostrani che giorno dopo giorno sfornano decine e decine di pezzi, che arrivano talvolta ad avere anche milioni e milioni di ascolti (vedi Saito e Lester, Nowhere), senza che nessuno di noi sappia di avere a casa nostra tali preziosità artistiche. Ci sono così tanti artisti lofi nostrani di talento che non vorrei rischiare di nominarne qualcuno tralasciandone tanti altri, ciò che posso fare è consigliare il canale youtube Mellow Mind LoFi, una bellissima iniziativa nata poco meno di un anno fa che raccoglie produzioni hip hop lofi prettamente italiane e le divulga sul web sotto forma di mixati a tema.

Per quanto riguarda il mio album “Vedremo”, invece, non ti so dire di quale genere si possa trattare e quindi non ti saprei dire se ci sia qualche artista affine a questa “wave”, senza dubbio il prodotto made in Italy che sento più affine all’attitudine con cui ho composto e pubblicato questo disco è “Spero ti renda triste…” di Sethu e Jiz, un disco che non riesco a capire come mai ancora oggi non abbia saturato gli auricolari di tutta Italia.

Detto ciò, posso dirti che non capisco come mai in tutto questo svarione di forsennata e spesso troppo artificiosa corsa al revival ancora nessuno sia andato a ripescarsi la fantastica vibe tipica dell’ondata trip-hop / dreampop della prima metà degli anni novanta, e ti parlo di giganti come Portishead, Tricky e Massive Attack, passando per artisti come Air, Morcheeba e Hooverphonic, fino a realtà più recenti come Shlohmo, Zero7, Emancipator (scoperto e spinto da Nujabes – pioniere dell’hip hop lofi – nel 2006), Lapalux e Ta-Ku.

Penso che l’Italia abbia culturalmente insista in sé una romanticissima venatura malinconico-emozionale che regalerebbe un sacco di musica fantastica se ispirata e applicata stilisticamente a quel discorso musicale che inizia a Bristol nel 1991 e trova ancora oggi applicazione in filoni musicali come la downtempo, l’hip hop strumentale, il dreampop e – perché no – lo shoegaze elettronico.

Grazie per averci concesso il tuo tempo! Speriamo di vederti presto da sotto un palco alla fine di questa quarantena! Hai già qualcosa in cantiere per il futuro?

Grazie a voi per l’interessamento e l’affetto. Banalmente, posso dire che ho sempre un sacco di voglia di fare la musica che mi piacerebbe ascoltare se trovassi per caso su internet, quindi sicuramente ho qualcosa in cantiere ma sono curioso anche io di sapere di cosa si tratterà. In ultimo, ne approfitto per ringraziare chiunque abbia contribuito all’uscita di questo disco, che ad oggi rappresenta il prodotto più intimo e personale che abbia mai avuto il coraggio di pubblicare in quasi quindici anni di musica indipendente.

 

Foto e cover di Andrea Fenu
Articolo a cura di Alba De Bellis e Stefano Maiorana