“Per riconoscersi” è il nuovo disco degli En Roco

“Per riconoscersi” è il nuovo disco degli En Roco

12 Marzo 2020 0 Di ilfaroindie

La politica nel senso più alto del termine ci richiama alla partecipazione e alla responsabilità nella società

 

Si intitola “Per riconoscersi” ed è il sesto album degli En Roco realizzato per l’etichetta Dischi Soviet Studio. Per la prima volta nella storia della band genovese, si tratta di un disco politico, nel senso più alto del termine, che dà
spazio al concetto di cittadinanza come partecipazione e responsabilità. La cittadinanza come parte rilevante della vita di ciascuno, all’interno del proprio Io, della comunità e del mondo.

In tempi di grande difficoltà nel mantenere vivi i valori democratici – dati in precedenza per acquisiti – si è resa necessaria una presa di posizione sui principi che possano garantire l’armonia e la condivisione nella società.
Tuttavia, all’interno dell’album, si possono percepire tutte quelle contraddizioni umane e sociali che impediscono il raggiungimento di quell’obiettivo politico.

Il suono – nonostante una storia lunga vent’anni – rimane fedele a se stesso ma con un’apertura maggiore alle influenze dei componenti del gruppo. I gusti di ognuno si fanno sentire ma, senza espliciti accostamenti ad un genere, riescono armoniosamente a confluire nello stile En Roco.

 

Ecco l’intervista alla band

 

Ciao ragazzi! Chi sono gli En Roco? So che è una storia lunga 20 anni: raccontatemela in breve.
“Gli En Roco sono un quintetto nato a cavallo tra il 99 e il 2000. All’attivo ci sono 6 LP un paio di EP, una manciata di brani inseriti in raccolte di vario genere, 20 anni di concerti, prove, viaggi, incontri, collaborazioni, scambi. Dalla timidezza dei primi periodi, si è passati ad un'evoluzione sia nella scrittura che nel lavoro di costruzione e arrangiamento dei brani, pur rimanendo capaci di mantenere un suono che sentiamo nostro, ora come allora.

In tutto questo tempo non sono mancate le occasioni di incrociare il nostro percorso con tante band con le quali talvolta sono nate amicizie e frequentazioni; in particolare oggi è curioso pensare alle diverse generazioni con cui abbiamo avuto a che fare. Il confronto, magari dividendo lo stesso palco, con ragazzi nati quando noi già avevamo messo fuori i primi lavori, ci porge un punto di vista privilegiato nella percezione del tempo che passa.

Altro privilegio dato dalla nostra esperienza come band è quello di avere ospitato in alcuni dischi musicisti che hanno caratterizzato i nostri ascolti musicali, fin da ragazzini; su tutti direi Lori Goldston (violoncello di Earth, Nirvana, e una miriade di altre band) nell’ultimo sguardo del 2016, Richard Colburn (batterista di Belle and Sebastian e Snow Patrol) in Spigoli del 2012, Amerigo Verardi dei Lula (anche lui nell’album del 2016), tanto per citarne alcuni.

 

Per riconoscersi è l’ultimo tassello di questo percorso che speriamo essere ancora denso di occasioni per metterci alla prova, Da cosa deriva il nome En Roco?

“Il nome En Roco nasce da un’intuizione nonsense del papà di Enrico che era solito svegliarlo al mattino chiamandolo così.”

Descrivete la vostra musica con 3 aggettivi
“Semplice, densa, melodica.”

Quali sono i vostri riferimenti musicali (e non)?
“Tantissime cose diverse. Dal cantautorato brit (Nick Drake, Donovan) a quello usa (Elliott Smith), ai Beatles, alla musica leggera italiana fra ’60 e ’70, all’indie dei ’90 (Pavement, Deus, Folk Implosion etc), al jazz, afro funk anni ’70, Pixies, Gvsb e chi più ne ha più ne metta.”

Che cosa significa fare il musicista oggi?
“Dipende molto da cosa intendi per “fare il musicista”; “suonare in una band” e “fare il musicista” sono due cose diverse. Viviamo tutti di altro e abbiamo la fortuna di poter frequentare la musica esclusivamente per alcuni suoi aspetti a noi congeniali. É per noi sia valvola di sfogo che occasione per incanalare le emozioni. Manca, nella nostra esperienza attuale di musicisti, la responsabilità di dover far quadrare il pranzo con la cena grazie alla musica. Nel nostro modo di viverla c’è forse molta più libertà di quanta non sarebbe, se fosse il nostro mestiere.

Questo è un vantaggio per certi aspetti e uno svantaggio per altri.Oggi come ieri uno dei punti cardine sta nel confronto con gli altri; negli anni sono molto cambiati gli strumenti del confronto; se l'approccio fisico alle
persone continua ad essere lo stesso di sempre (ci sentiamo a nostro agio nell’incontrare e conoscere), per alcuni di noi è più faticoso trovarsi a interagire con i linguaggi degli strumenti della comunicazione contemporanea. Ci sta tutto.

Ad esempio, buona parte del lavoro social, così fondamentale oggi, lo svolge Francesca, che essendo parecchio più giovane di alcuni di noi è decisamente più sul pezzo.”

Qual è l’aspetto che più vi emoziona del far musica?
“La condivisione di un percorso, costruire qualcosa insieme in cui riconoscersi.”

Che cosa significa oggi essere davvero indipendenti?
“Se qualche anno fa poteva essere almeno qualcosa attorno a cui costruire senso di appartenenza, oggi (parlo della nostra esperienza) probabilmente non significa granché. Oggi come 20 anni fa, ogni volta che devi stampare un disco, ogni volta che lo devi promuovere o registrarlo, metti mano al portafogli e ti paghi le spese. Se sei bravo e hai il tempo di lavorarci come si deve, le recuperi in parte, macinando chilometri e vendendo quello che hai prodotto, con l’aiuto di chi ti è accanto (etichette, booking e altro). A volerlo, potremmo chiamare “essere indipendenti” questo, ma ha senso farne bandiera quando è comunque quello che sai di aver sempre fatto e che ti è sempre piaciuto fare?”

 

Venerdì 6 marzo è uscito il vostro sesto album “Per Riconoscersi”: quanto ci avete lavorato e qual è il fil rouge che lega i brani?
“Ci abbiamo lavorato per circa un paio d’anni, alternando fasi compositive a sessioni di registrazione live presso il Green Fog Studio. Il motivo unificante dell’album è legato al senso di frustrazione generato dal paradosso di
un’esistenza sempre più slegata dal contesto, la solitudine che cozza con la volontà di cambiare le cose, tutto il senso d’impotenza che deriva dal non trovare condivisione reale dei propri intenti, non vedere una comunità che possa parlare anche per noi.”

In che senso “riconoscersi”?
“Riconoscere chi siamo, da dove veniamo, quali siano i valori davvero importanti per i quali valga la pena spendersi. Per riconoscersi è necessario uscire da omologazione di pensiero e di espressione, non rimanere nascosti, ma orgogliosamente mostrarci prendendo posizione. La speranza è riconoscersi anche nelle persone che ci stanno attorno o che si trovano distanti geograficamente da noi.”

I titoli dei brani riportano spesso elementi della natura: Monte, Sassi, Il sole è una pietra… E anche la copertina del disco riporta un’immagine bucolica. Qual è il vostro rapporto con la natura? E che ruolo gioca nel disco? E la vostra città, Genova, quanto vi influenza?
“La natura è sicuramente rifugio necessario, dove il senso di solitudine evapora. Ci si sente pertinenti al contesto, parte di qualcosa, cosa che nella vita quotidiana si fa fatica a vedere. Genova è città contraddittoria, insostituibile, paradossale e piena di natura a due passi dal cemento. Mare e monti. Salite. Sicuramente il contesto ci aiuta e ci impone di ragionare sulle nostre vite.”

 

Un ricordo legato ad un vostro live
“Calamita di Cavriago anno 2004. Serata indimenticabile fra ubriachezze moleste, esorcismi ei Virginiana Miller che ci aspettavano per andare in albergo.”

A proposito di live: quanto è importante – in un momento artistico-musicale come questo – ritornare ad una dimensione live della musica?
“Sarebbe fondamentale, ma si ha la sensazione che ciò sia destinato al declino. Speriamo di poter contribuire a rallentare questo fenomeno.”

Quali sono i vostri progetti futuri?
“Promuovere quanto più possibile questo lavoro e avvicinarci magari un pochino di più a contesti che ci hanno sempre affascinato ma che non abbiamo come band ancora frequentato; sarebbe ad esempio molto stimolante lavorare alla colonna sonora di un film o di uno spettacolo teatrale.”