Buzzy Lao, tra ricerca e sperimentazione

Buzzy Lao, tra ricerca e sperimentazione

4 Marzo 2020 0 Di Mj Steven

Buzzy Lao è un’artista davvero straordinario, capace di legare le sonorità di mondi musicali completamente diversi. Il suo ultimo disco, Universo/Riflesso, è frutto di una meticolosa ricerca e sperimentazione musicale. Un viaggio raffinato fra generi opposti, uniti dalla stessa matrice.

 

ciao Alberto! Abbiamo ascoltato il tuo ultimo disco, Universo/Riflesso. Un lavoro che parte da matrici blues per poi muoversi e incontrarsi con altri generi lontanissimi. Parlaci del processo creativo che lo ha fatto nascere.

Ciao a voi! Intanto grazie per aver ascoltato il disco e per le domande. Il percorso creativo parte da una ricerca chitarristica in primis, esplorando le origini del Blues più primordiale e quindi avvicinandomi di più alle sfumature del Blues africano, da dove questo è nato. Poi, insieme alla scrittura in italiano, ho cercato di rendere più personale possibile il mio suono, e quindi ho preso a piene mani dai miei ascolti più disparati degli ultimi 2/3 anni. Ascolto generi molto diversi tra di loro, da Bon Iver e Ben Howard al Roots Reggae, dal folk dei cantautori ‘chitarra e voce’ degli anni ’60 all’elettronica che sperimenta con i suoni etnici e del Sud del mondo.

Tutti questi generi credo siano uniti da un filo a volte invisibile, fanno parte di un certo tipo di musica con una forte componente emotiva ed evocativa. Perciò a differenza del primo disco che è nato in maniera molto più istintiva questo nuovo si differenzia per una ricerca molto più meticolosa tra diverse sonorità, e per farlo abbiamo dovuto cambiare approccio, è un disco che nasce dalla mia chitarra ma che è cresciuto grazie a un approccio di registrazione più digitale, con l’uso di synths e varia effettistica, un vero ibrido.

 

Il titolo del disco è piuttosto singolare, qual è il suo significato?

Il nome ‘Universo / Riflesso’ è in parte un mistero anche per me, mi ha attratto fin da quando è uscito fuori da alcuni miei appunti. Il concetto che per me esprime è la circolarità con cui il nostro mondo interiore influenza quello esterno e viceversa. Nel disco è una tematica che affiora in quasi tutte le canzoni, me ne sono accorto a disco finito, come se fosse un argomento di cui io stesso avessi un urgente bisogno di affrontare, e sinceramente non so se questo discorso interiore è già esaurito e concluso. Riuscire ad esprimere il proprio mondo interiore e a renderlo ‘realtà’ può essere a volte molto difficile, mi ritrovo molto in questa tematica.

 

 

Anche se il disco è stato partorito a Palermo, sappiamo che sei di origine torinese. Come vivi sotto il punto di vista musicale la tua città di origine? C’è qualche collega torinese che apprezzi particolarmente?

Torino è la città in cui sono nato e cresciuto, per me è sinonimo di chiudersi in garage o in studio e suonare. La sera vuol dire uscire per andare a vedere concerti e cercare di organizzarne di tuoi. È sempre stata la città quasi ideale per farlo, eppure da qualche anno i posti dove suonare sono diminuiti, penso anche al vuoto che hanno lasciato una certa parte di Murazzi da quando hanno chiuso. Scarseggiano i posti dove la musica fluisce senza troppe logiche commerciali, le stesse logiche che alla fine finiscono per appiattire la scena.

Polemica a parte la città nonostante ciò è sempre molto fertile di musica nuova. Nel mio piccolo ho fondato qui insieme ad altri musicisti una casa discografica più che indipendente che cerca di supportare realtà ‘artigianali’ come la mia, Bunya Records. Colleghi torinesi che stimo ce ne sono tanti, per dirne uno ti posso dire Willie Peyote che è l’ultimo che ho visto live. 

 

Ti sei fermato in Sicilia più del previsto per completare il disco. Cosa ti ha lasciato questa esperienza e qual è il tuo ricordo più bello legato ad essa?

Mi ha lasciato moltissimo e continua a darmi moltissimo. È un’isola magica da cui non ho intenzione di andare via, ormai sono di casa, anche se sono spesso a Torino, fa parte del mio animo ramingo voler sempre viaggiare. Probabilmente il ricordo più bello è di una sera in cui uscendo dallo studio e passeggiando per la città con in cuffia il disco quasi finito ho sentito di essere allineato con quello che volevo e con il posto in cui ero, sensazione particolare e molto sfuggente che secondo me capita solo dove ti sento davvero a casa. 

 

 

Nel tuo disco c’è un brano, Haya, che parla di tematiche molto importanti e delicate. Cosa ti ha spinto a realizzare un brano del genere e com’è stato collaborare ad esso con Dargen D’Amico

Mi ha spinto la storia stessa di questa ragazza, prigioniera nel mondo da cui scappava e prigioniera nel mondo nuovo in cui sperava cambiasse il suo destino. È come fosse una piccola testimonianza del suo passaggio. Collaborare con Dargen su un brano simile è stata una vera lezione di stile e sensibilità, è riuscito a parlare di un tema molto delicato con la sua scrittura tagliente e profonda al tempo stesso. Aver lavorato con lui e averlo ospitato in una mia canzone è per me un vero onore, è uno degli artisti italiani che più stimo, riascolto la canzone è ogni volta è la stessa meraviglia, ne vado molto orgoglioso. 

 

Grazie di questa chiacchierata! Dopo possiamo ascoltarti dal vivo prossimamente?

Grazie a voi! Presento il disco in 3 date speciali con band a Milano il 27 Febbraio al Mare Culturale Urbano (è stata rinviata per l’emergenza sanitaria di questi giorni ma contiamo di recuperarla presto), saremo poi a Palermo ai Candelai il 12 Marzo e a Torino l’ultima a Off Topic il 27 Marzo.