Dobbiamo ringraziare gli I Hate My Village!

Dobbiamo ringraziare gli I Hate My Village!

4 Luglio 2019 0 Di ilfaroindie

Racconto di un live senza confini

Mentre percorro il viale sterrato intorno al laghetto che circonda l’isolotto dove Roma Incontra il Mondo, mi chiedo perché io abbia capito un po’ tardi la portata di un gruppo come questo. Non lo penso dopo aver visto l’ordinato serpentone della fila alla biglietteria allungarsi più del solito. E nemmeno dopo aver sfogliato mentalmente il curriculum dei componenti di quella che viene considerata da tutti una “super band”, tranne da chi di questo affascinante progetto ne è l’artefice.

Lo penso perché sento la necessità di essere lì e, in fondo, va bene così: è più autentico scoprire una necessità come conseguenza piuttosto che come causa. Gli I Hate My Village sono una totale ed ineluttabile conseguenza, una necessità figlia di un bisogno che si concretizza solo dopo averli ascoltati e sintetizzabile in una parola: fame. Fame di musica “altra”, di sonorità nuove, di mondi da esplorare. Non deve essere un caso se il nome della band, prendendo spunto da alcune locandine di un cannibal movie africano, fa leva sull’assonanza delle parole inglesi hate/ate e che l’odiato villaggio sia anche quello da cui, sbranandolo, ci si alimenta.
hate my village live

Perso in questi pensieri mi ritrovo sottopalco, perché di gente ce n’è ma equamente divisa tra instancabili “parterriani” di ogni età e rilassati ascoltatori seduti nell’area ristoro. I tecnici riorganizzano gli strumenti dopo l’esibizione degli Zu, mentre il petto dei presenti vibra ancora dalla scarica di suoni pieni di bassi della band di Ostia. Ci siamo: il palco si svuota, le luci calano e sale un rumore di fondo che gradualmente si fa sempre più nitido. Si, è il classico verso delle galline ma non fai in tempo a chiederti perché sei di colpo finito in un pollaio che l’attenzione viene catapultata sull’entrata di Fabio Rondanini (Calibro 35, Afterhours), Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion), Alberto Ferrari (Verdena) e Marco Fasolo (Jennifer Gentle).

Nascosti dal fumo di scena e dalla classica penombra che anticipa l’inizio di un live, si schierano ognuno al proprio posto e, senza alcun preambolo, attaccano con Presentiment. È l’inizio di un vero e proprio viaggio musicale che mescola psichedelia e beat afro, ritmi tribali e matrici blues, suggestioni funk e prog. È un frenetico incedere di note incalzanti, di scelte stilistiche così fuori dal comune per la musica contemporanea da dilatare il tempo, da lasciarti sospeso con un piede nel passato e una nitida visione sul futuro.

Da Acquaragia a Fare un fuoco, passando per I Ate My Village, si susseguono senza sosta tutti i brani che compongono l’omonimo disco d’esordio della band. Pochissime parole, tanta musica. È il momento di Tony Hawk of Ghana e alcuni ragazzi vengono invitati a salire sul palco. Ballano, seguono istintivamente l’andamento del brano che, come fosse un rito, è primitivo, essenziale.

Un brano manifesto che racchiude in sé l’essenza della band: i contrasti, il melting pot musicale, i riferimenti socio-culturali, la voglia di sperimentare. Prima della fine c’è spazio per un’intensa cover di Don’t Stop ‘Til You Get Enough, intramontabile successo di Micheal Jackson, e per quella di Tubi Innocenti, dal progetto solista di Viterbini. Il concerto dura poco più di un’ora ma il fascino di questa esperienza è a rilascio lento, ti raggiunge piano piano.

Gli I Hate My Village si divertono, riscoprendosi bambini con la testa di chi, artisticamente ormai adulto, è svincolato dalla logica di dover dimostrare, dalla smania di risultare mainstream. Ne guadagna l’originalità, la curiosità, la ricerca, la scoperta. In realtà ne guadagniamo tutti, perché questo progetto rappresenta una delle espressioni più vicine al concetto di libertà.


Articolo a cura di Federico Clemente
Immagine in evidenza by Ilaria Magliocchetti Lombi