Recensione PULP – Fioramante

Recensione PULP – Fioramante

20 Maggio 2019 0 Di ilfaroindie

Fioramante  è tornato sulla scena con PULP, ecco la nostra recensione.

 

Marco Alfano, in arte Fioramante, cambia look e lo troviamo nel suo nuovo album PULP (rilasciato per l’etichetta indipendente Grifo Dischi) vestito di synth anni ottanta e ritmi travolgenti.

Nei 24 minuti (o poco più) di cui è composto l’album viene abbandonata la semplicità data dalla chitarra e voce di “Ogni cosa è lì, esattamente dove deve stare” (album d’esordio dell’artista datato 2017) e salta all’orecchio un progetto completamente diverso che già al primo ascolto fa muovere la testa (e non solo) da una parte all’altra.

Per ritrovare l’impronta di Marco bisogna quindi buttare uno sguardo ai testi: l’inadeguatezza, la solitudine e la mancanza di un posto fisso in cui stare non emergono a primo impatto.

Ma l’ascoltatore più attento potrà notare la netta divergenza tra le spensierate melodie e le parole che scorrono scandite da una voce che potrebbe dare dipendenza, “Monolocale” ne è l’esempio più lampante: una nuova esperienza, una nuova casa, ma la solita sensazione di vuoto (e non per la testiera del letto mancante).

Così come in “Gang Bang”, la completa non appartenenza ad un mondo troppo superficiale si ritrova anche in “Spoiler”, brano che racconta una delle sensazioni più invadenti che ognuno di noi (almeno una volta nella vita) ha provato.

Come già anticipato, anche la mancanza è uno dei temi affrontati nell’album e viene analizzata con semplicità e schiettezza nelle sue forme più disparate: da quella fisica di una donna a quella emotiva di un posto nel mondo.

Nonostante tutto, però, ci sono anche degli angoli di felicità e di sollievo: in “Vetrine” la sensazione è quella di stupore, di stare a posto con se stessi nonostante il mondo non rispecchi a pieno il nostro essere, di adattarsi abilmente al disagio del mondo. In “Semidio” invece, c’è il travolgente piacere carnale tanto potente quanto fragile che perdura in quel piccolo istante capace di farci sentire più importanti di ciò che siamo, in “Dildo” la potenza del piacere si riduce alla carica di una pila.

La personificazione è evidente quasi quanto la riflessione sull’amore usa e getta, veloce e con meno sentimento di quel che sembra tanto da far provare un profondo dolore a chi ne resta scottato (anche se è un pezzo di plastica riposto in un cassetto).

L’album si conclude con un brano dal titolo curioso “La nuova invenzione di Willy Wonka” che si ricollega a tutti i temi dell’album: la velocità delle relazioni, l’amore nelle sue forme, l’inadeguatezza e la paura di essere sostituiti velocemente.

Insomma, quest’album urla le emozioni più comuni e meno decantate che la nostra generazione vive quotidianamente e ce le fa canticchiare allegramente sotto la doccia.

Recensione a cura di Serena Iris Pizzuti