Il Faro Indie intervista f o l l o w t h e r i v e r

Il Faro Indie intervista f o l l o w t h e r i v e r

29 Aprile 2019 0 Di ilfaroindie

Abbiamo avuto il piacere di intervistare f o l l o w t h e r i v e r.
f o l l o w t h e r i v e r è un’idea di Filippo Ghiglione.

Il progetto nasce a Genova alla fine del 2014 con le prime canzoni scritte in inglese. Nel 2016 Filippo produce e pubblica insieme a Gabriele Pallanca (Genova Records) il primo EP, “How to rebuild a pounding heart”, registrato tra Genova e Milano e pensato come un concept album sul “rehab” successivo alla fine di un amore, trainato dal cortometraggio “Spellbound”. Nel 2017 Filippo registra e produce il suo secondo EP “Into this morning mood”, questa volta in solitaria, in una piccola casa sulle montagne valdostane.

Tra il 2017 e il 2018 un’approfondita ricerca sonora porta a un cambio del sound. Il risultato è un nuovo EP di cinque canzoni, “blankets & bumblebees”, anticipato dai singoli nocturnal // interlude e  City Of Silences.

Tutto questo ci ha incuriositi e abbiamo fatto due chiacchiere con lui. Ecco cosa ci ha raccontato.

Ciao Filippo, ti ringrazio per la disponibilità e colgo l’occasione per dirti che il tuo lavoro mi e ci è molto piaciuto, ma prima di parlarne meglio, vorrei porti alcune domande riguardanti il tuo nome d’arte.
E’ un nome particolare che colpisce anche per il modo in cui viene scritto: da cosa e come è nato? Che significato ha per te?

Grazie a voi! Il nome che ho scelto deriva dal primo EP che ho pubblicato nel 2012, si chiamava “River”. Quando nel 2014 ho iniziato questo nuovo progetto era pensato come una sorta di collettivo audiovisivo, e ho recuperato quel nome. In realtà all’epoca non voleva poi dire molto (mi piaceva come suono e come concetto) e sono anche cambiate molte cose, così in questo ultimo anno ho deciso di aggiungere il “followthe” come una sorta di monito, di piccolo promemoria che mi possa ricordare sempre di lasciarmi trasportare dal flusso di quello che sento e quello che percepisco con la mia musica. Lo scrivo con gli spazi perché ho scelto di scrivere sempre tutto minuscolo, quindi questo mi aiuta (e aiuta) a distinguere il mio nome da quello  delle mie canzoni.

Sempre parlando di nomi, passando al tuo EP “ep”, uscito il 12 aprile, colpisce la traduzione del titolo, letteralmente “coperte e bombi”: che collegamento c’è tra queste due parole apparentemente diverse? Per quale motivo le hai scelte?

In quest’ultimo anno sono cambiate molte cose nel mio modo di intendere e percepire il mio percorso musicale. Il mio EP e il titolo nascono da queste riflessioni, che mi hanno anche portato a mettere in pausa per un po’ la mia musica. Cercavo un concetto che mi aiutasse ad esprimere quella zona di confine fra l’amore per la propria comfort zone e la voglia di abbandonarla in maniera naturale, quasi inconsapevole. Così ho pensato al calore delle coperte della domenica mattina e al volo dei bombi, dei quali si dice che in realtà non possano volare per la loro struttura, ma che volano lo stesso non essendone consapevoli. Mi piaceva poi l’assonanza “fonetica” in inglese di queste due parole accostate: il titolo perfetto per quello che cercavo di dire.

Sappiamo che hai registrato i brani in una casetta in Valle D’Aosta: quanto l’ambiente circostante ti ha ispirato? Ha contribuito a dare una certa impronta nell’EP stesso? Quale?

Sono un amante della montagna e ormai da tempo questa casetta è diventata una sorta di “buen retiro” per me. Il silenzio delle montagne, il loro essere portatrici di riflessioni e di una sorta di tranquillo flusso di pensieri: sono tutti concetti che hanno ispirato il mio EP e la mia musica. Ma anche il fatto di aver registrato il tutto con un piccolo team di amici (e fidati collaboratori) in pochi giorni: quindi una sorta di frenesia collettiva, tra voci registrate alle tre del mattino e video da girare in timelapse con lunghe camminate per i sentieri.

E’ evidente una profonda e accurata scelta dei suoni mista ad un buon uso della chitarra elettrica: hai studiato musica o sei un autodidatta? Hai collaborato con altri musicisti per confezionare il progetto?

Ho studiato chitarra elettrica e canto, ed è buffo perché uno dei musicisti che ha collaborato al progetto e alle registrazioni è il mio insegnante di chitarra, Adriano Arena. Il progetto inizialmente è nato come una specie di collettivo fatto di molte persone di diversa “estrazione” (musicisti, videomaker, illustratori), poi nel corso degli anni sono cambiate molte cose ed è diventato un progetto “personale”. Ma molte delle persone coinvolte all’inizio continuano a collaborare con me, come il sound engineer Gabriele Pallanca o il regista di tutti i video Matteo Armanini. Per la produzione “sonora” dell’EP invece ho collaborato con Simone Meneghelli, anche lui amico e cantautore genovese (Misentotale) e fondatore del collettivo UGA – Unione Giovani Artisti.

Anche i testi sono molto profondi e ricchi di significato: come mai hai scelto il solo uso dell’inglese? Hai mai provato a scrivere in italiano? Se sì, com’è andata?

In questi testi ho voluto buttare giù tutti i pensieri che mi “bloccavano” la mente in questo ultimo periodo, tutti i brani alla fine (con qualche eccezione) sono una sorta di dialogo interiore.
Per quanto riguarda la lingua di riferimento, ho sempre ascoltato più musica “anglofona” e ho quasi sempre iniziato la stesura melodica dei brani canticchiando in “finto inglese”. Ho scritto in italiano tutte le canzoni del mio primo EP (River), ma era molto tempo fa. Per questo progetto ho provato invece a scrivere i testi in inglese. Mi sembrava che fosse più adatto al mondo di riferimento della mia musica, oltre al fatto di poter creare un “ponte emotivo” comprensibile a più persone globalmente. E poi penso di avere una sorta di piccola “paura” nei confronti dello scrivere in italiano, forse di non riuscire a esprimere nel modo giusto quello che vorrei dire.

Considerando la produzione del tuo EP possiamo “classificarti” come artista indipendente ma un lavoro così attento alle sonorità è difficile da individuare nella scena attuale: in linea generale, in quale artista o progetto indipendente ti riconosci di più, o comunque rivedi uno studio così approfondito dei suoni?

Ti ringrazio per il bel complimento! Parlando di scena attuale italiana, mi sono piaciuti molto i lavori di Any Other (rimanendo in lingua inglese) e dei Terso, andando più sull’elettronica in italiano.
In entrambi i progetti ho trovato una grande cura nella scelta dei suoni, che siano stati più “istintivi” o “low fi”, oppure più ragionati e calcolati. Poi parlando di scena italiana il mio punto di riferimento rimane sempre Niccolò Fabi, uscendo un po’ dal significato della parola “indipendente”, anche se il suo ultimo bellissimo album di qualche anno fa credo sia stato concepito in un modo totalmente fuori da ogni schema.

 

Se dovessi consigliare un artista o un album che, almeno una volta nella vita, dovrebbe essere ascoltato, chi o quale consiglieresti? Ha inciso sulla tua formazione musicale?

Ti dico senza dubbio “For Emma, Forever Ago” dei Bon Iver. Da quando ho ascoltato (quasi per caso) “Re:Stacks” e ho scoperto la musica di Justin Vernon, tutta la mia percezione musicale è cambiata di colpo, e ho scoperto un mondo totalmente nuovo. Ed è cambiato qualcosa anche in me, a livello personale, non solo musicale.

Hai alle spalle una discreta gavetta, costellata da numerose aperture ad artisti molto rilevanti quali Gazzè o Perturbazione: com’è stato solcare il palco prima di loro? Quale è stata la reazione del pubblico dopo la tua esibizione?

Sono state tutte sicuramente esperienze molto forti, che mi hanno aiutato a costruire un piccolo percorso passo dopo passo. Quella più “emozionante” a livello di contesto e di palco è stato sicuramente il Goa Boa prima di Max Gazzè, non avevo mai suonato su un palco così grande. Invece la reazione più calorosa la ricordo alla mia apertura di un concerto di Zibba di qualche anno fa: ho trovato un pubblico molto attento ed entusiasta per quello che stavo “dicendo” loro pur non conoscendomi. Ed è molto bello quando succede.

Prendendo spunto dai tuoi lavori passati, tra i quali emerge anche un concept album seguito da un cortometraggio, ti si può definire un artista a tuttotondo: hai in vista altri progetti simili?

Cerco sempre di partire da una sorta di concetto generale in cui inglobare quello che faccio. Anche nel caso di “blankets & bumblebees”, nonostante non sia un concept album vero e proprio. Il cinema i video concept in generale sono sempre stati una mia grande passione e mi piace molto l’idea di poter collegare questo mondo a quello musicale. Quindi in futuro cercherò di farlo il più possibile.

 

Ultima domanda: dopo la fatidica data di uscita dell’EP, inizierai a portarlo in giro per l’Italia? Insomma, a quando un bel tour per ascoltarti dal vivo?

Mi piacerebbe molto poterlo fare, anche se forse questo è il campo in cui i “limiti” dell’essere totalmente indipendente si fanno sentire di più. Comunque ci sono già diverse occasioni, tra cui il Release Party vero e proprio dell’EP (4 maggio al Teatro Bloser a Genova), la partecipazione al Salotto di Mao a Torino il 30 aprile e alcuni festival come il Balena Festival il 25 aprile (qui una recensione della giornata nella quale abbiamo avuto modo di apprezzare molto l’ artista ndr http://www.ilfaroindie.it/2019/04/26/il-faro-indie-x-balena-festival-day-2/) e Cotonfioc Festival il 16 giugno. E sicuramente, come si dice in questi casi, ce ne saranno “more to be announced…”

 

 

Intervista a cura di Serena Pizzuti