Motta e la sindrome dell’Mtv Unplugged

Motta e la sindrome dell’Mtv Unplugged

16 aprile 2018 0 Di ilfaroindie

Torna Francesco Motta con Vivere o morire, torna Motta sui palchi di tutt’Italia con il Vivere o morire tour che partirà il 26 maggio all’Atlantico di Roma. Nonostante le date ufficiali, il cantautore si è esibito il 14 aprile sul palco di Radio 2 durante il programma Radio 2 Live, condotto da Pier Ferrantini e Carolina di Domenico. Noi del Faro c’eravamo, e vogliamo raccontarvi le emozioni di una serata davvero indimenticabile.

Il concerto, o meglio, la prova generale del tour, è stato pensato come serata semi – acustica, come da ormai semi – estinta tradizione degli Mtv Unplugged, ed ha più avuto a che fare con i Nirvana che con la maggior parte degli artisti indie della scena italiana. Tutto merito, senza dubbio. Ogni musicista ha infatti nei propri album delle tracce che funzionano decisamente meglio in live piuttosto che nella versione registrata, ed è appunto questa la sindrome Mtv Unplugged, cioè quella particolare magia della chitarra acustica che trasforma i punti deboli di un lavoro in punti di forza cambiando leggermente gli arrangiamenti. Così Dumb, così E poi ci pensi un po‘ , così molti brani di Vivere o morire. Protagonista della serata è stata quindi la comunicazione, l’empatia che un artista come Motta ha potuto trasmettere al pubblico con la sua chitarra acustica, la ritmica e l’elettrica di Giorgio Maria Condemi, il violino di Andrea Ruggero, le tastiere di Leonardo Milani ed il basso di Federico Camici.                                

Da un concerto acustico ci si aspettano sostanzialmente un fiasco, o una mostruosa partecipazione del pubblico a quello che l’artista vuole comunicare, e, fortuna di tutti, quello di Motta è stato senza dubbio il secondo caso. Che il brano Vivere o morire fosse un ottimo pezzo era indubbio, probabilmente il migliore dell’ultimo album, ma la versione più diretta, più schietta, del live acustico ha portato il pubblico, o almeno noi, all’inizio dei vent’anni, o metà, o in qualunque altro momento della nostra vita in cui si sia vissuto qualcosa di simile a quella gioventù un po’ bruciata ed un po’ violenta della Livorno di Motta. Stesso coinvolgimento, se non superiore, nei brani più rappresentativi dell’artista, come Abbiamo vinto un’altra guerra o Prima o poi ci passerà, quest’ultima impreziosita e non poco dall’arrangiamento semi – acustico, ed in particolar modo dalle percussioni di Simone Padovani, che ha saputo accompagnare e, per quanto possibile, migliorare un pezzo che sfiorava la perfezione nella versione registrata.

Sorvolando sui momenti ilari, come alcune risposte date ai presentatori o la cover di Nottingham, dal film Robin Hood della Disney, dopo un pezzo dei Criminal Jokers, meritano una particolare menzione le code aggiunte a E poi ci pensi un po’ e quella di Se continuiamo a correre che hanno semplicemente portato il livello musicale della serata a vette a cui poco spesso siamo stati abituati nel nostro Bel Paese. Prendendo ad esempio quella di Se continuiamo a correre, la più virtuosa e riuscita delle due, l’esecuzione è stata pressoché perfetta, per arrangiamento, linguaggio del corpo degli artisti, empatia, ed anche per la gestione delle luci. La canzone, una delle sue migliori, se non la migliore in assoluto, trasmette di per sé molto bene lo stato d’ansia e panico che descrive, e migliorarla sembrava quasi impossibile, soprattutto perché in un’esibizione live è difficile riprodurre le finezze dello studio di brani così ben definiti, eppure c’è stato il colpo di genio. La voce graffiata e potente nella seconda parte della canzone ed i riff in crescendo di Condemi hanno fatto esattamente il lavoro di cui si sentiva il bisogno; ma quando Motta si è inginocchiato a testa bassa in mezzo al palco continuando a suonare, e gli altri hanno dato vita a quell’orchestra di scelte sbagliate, beh, quello è stato portare sul palco le peggiori emozioni di un artista, le migliori per scrivere un pezzo. Stessa categoria dei grandi della musica, non c’è che dire.

In definitiva, questo Unplugged non ha di certo reso Vivere o morire migliore della Fine dei vent’anni, sia chiaro, ma se Motta è riuscito a creare questo in una serata semi – acustica, le tappe del tour diventano obbligo per chiunque non abbia ancora avuto la possibilità di assistere ad un suo live.

 

        Gianmarco Tricomi